Nogu Teatro

#escidalguscio

P.BUTTERFLIES

“P.Butterflies” è una partita di scacchi giunta ormai alla fine. Uno spettacolo in bianco e nero. Unici sopravvissuti il re nero e la regina bianca. Un rapporto fatto di contrasti, di odio e amore, di malattia e vita, di realtà e speranza. Due ragazzi che abitano un luogo surreale, a tratti macabro. Lui sta per morire, si rifugia tra i numeri. Lei cerca di farsi scudo con l’amore. E poi un uomo, il suo alter ego, prosaico, che lo attende al varco per accompagnarlo alla fine della partita, nel viaggio di non ritorno. Lui sarà cenere, ma lei sarà eterna. Una farfalla mummificata, messa sotto teca. Eternamente bella. Eternamente integra.

Il testo di Damiana Guerra colpisce immediatamente per la frammentazione, la sovrapposizione di voci, la coralità di alcuni momenti e la ricerca del nuovo, la scomposizione della parola e del suono, motivi a tratti illogici, emotivamente ricchi di significato. Una struttura ritmica assolutamente elastica, che permette la creazione di una partitura vocale a tre voci che si interseca e si dipana continuamente nello spazio

Prenderò sette farfalle. Le metterò sotto vetro. Mentre sono ancora vive.
Prenderò sette farfalle e le mummificherò mentre sono ancora vive.
Rimarranno eternamente belle. Rimarranno eternamente integre.
Non si sbricioleranno.

Vi si alternano, rincorrono e confondono immagini fisiche e sensazioni emotive, febbrile azione dello scrivere (su tre lavagne nere poste sullo sfondo e a lato della scena) e verbalizzazione del pensiero, per una storia che è insieme d’amore, vita e morte, individuale e universale, e che, almeno per come è stata trasposta, si presta a molteplici livelli di lettura. In balìa del destino mortale del giovane, potenziale alter ego dell’uomo di spalle, l’atto di disseminare tracce del proprio passaggio, con mente e corpo, che difatti nella regia assurge a un livello poetico di performatività, rappresenta un’invocazione alla vita, vista come «limite» e «potenza».
Scene Contemporanee

P. Butterflies parla direttamente all’inconscio del pubblico e seduce, ammalia, emoziona, fa soffrire, invita, mostra e respinge, non accoglie ma non ti allontana mai tenendoti sempre legato a sé. Davvero intensi gli attori e l’attrice: Aleksandros Memetaj che restituisce lo strazio del suo personaggio andandolo a cercare nel profondo del proprio vissuto, Agnese Lorenzini che riesce a sembrare eterea e sfuggevole non importa l’impegno fisico che la regia le impone mentre Valerio Riondino incarna l’autorevolezza e la referenzialità richieste al suo personaggio con un’eleganza della quale non è del tutto consapevole.
Gaiaitalia.com

E Agnese Nogu e Aleksandros Nogu? Ma si dai , quella coppia sarda… ah Nogu non è un cognome? Giusto. Bè loro hanno letteralmente fatto piangere dalla commozione una ragazza in sala. Io non credevo si potesse piangere a teatro. Non fraintendetemi, non sto sminuendo questa nobile arte. È indubbio però che il gioco di scene e i primissimi piani di volti e dettagli del cinema aiutino molto di più ad immedesimarsi, rispetto alla posizione fissa riservata al pubblico di un teatro. La distanza tra attori e spettatori è una questione che fino a ieri sera io credevo fisica e imprescindibile. Mi sbagliavo.
Diana Maltagliati

La regia di Ilaria Manocchio sfrutta tutto il grande spazio del bellissimo palco al teatro India, come a rendere “in imago” i movimenti orbitali dei corpi: più goffi, impacciati e interrotti quelli del ragazzo, più eterei quelli di lei. Il movimento implacabile di un pianeta sembra opporsi a quello di un’agile farfalla, denunciando l’irriducibilità naturale dei rispettivi corpi: il primo osserva perplesso nella sua fallica compostezza; il secondo esplora, gode, vuole esser felice, cerca il proprio oggetto fuori di sé, ha sete di vita ed è disposta prenderla anche da un altro uomo, se il suo non è pronto a dargliela.
Vincenzo Carboni